In Israele con JCall: un viaggio indimenticabile

JCall è un’organizzazione ebraica europea, che, sul modello della consorella americana JStreet, intende sensibilizzare le comunità sui problemi di Israele, ed in particolare  sullo stallo del processo di pace fra Israele ed ANP. L’obiettivo principale è quello di far ripartire le trattative fra israeliani e palestinesi , trovando un accordo che ponga fine all’occupazione armata della Cisgiordania.  Dal 2 al 12 giugno JCall ha organizzato un viaggio in Israele a cui ha partecipato un gruppo di oltre 50 persone, prevalentemente dai paesi francofoni (Francia, Belgio, Svizzera), ma anche dalla Germania e dall’Italia (eravamo otto italiani), con lo scopo soprattutto di acquisire conoscenza, ma anche, per quanto possibile, di intervenire in modo positivo su una situazione molto difficile da sostenere, sia per gli israeliani, sia per i palestinesi della Cisgiordania. Il metodo di lavoro è stato soprattutto quello dell’osservazione e dell’ascolto delle diverse posizioni; poi  il gruppo poneva domande ad ognuno degli interlocutori.  Le popolazioni di ambedue le comunità appaiono logorate dallo Status Quo, e desiderano intensamente la pace, ma le forze politiche non appaiono in grado di promuovere, in tempi ragionevoli,  delle soluzioni utili che possano migliorare la situazione.

Il gruppo era costituito da persone piuttosto attempate, con forte interesse e motivazione (per alcuni anche professionale) a comprendere la complessa situazione, ma anche ideologicamente piuttosto compatto e sicuro che la soluzione necessaria sia quella dei due stati, da ottenere tramite la ripresa delle trattative. Questa impostazione, secondo me,  non tiene conto di alcune condizioni  attuali, di cui le principali sono: 1) il governo Netanyahu, ben saldo al potere, è il più a destra che Israele abbia avuto nei suoi quasi 70 anni di vita e non sembra avere la minima intenzione di riaprire le trattative; 2) i circa 450.000 ebrei  residenti  negli insediamenti  dei territori occupati rifiutano qualsiasi mediazione e non danno la minima disponibilità ad un compromesso territoriale o statuale; 3) a Gaza (circa 2 milioni di abitanti) comanda Hamas con pugno di ferro, e per quanto negli ultimi mesi si sia percepito un certo ammorbidimento delle posizioni, non ha per ora la minima intenzione di riconoscere lo stato d’Israele; 4)  la popolazione araba di Cisgiordania (circa 3 milioni) è molto eterogenea (sunniti, drusi, cristiani di varie confessioni, beduini, fellahin, borghesi urbanizzati, ecc.)  e l’ANP, per quanto mostri molta buona volontà, non ha sufficiente potere contrattuale, né con Israele, né con la popolazione palestinese che rappresenta; 5) la ristrettezza del territorio e l’altissima densità della popolazione, una delle maggiori del mondo, rendono più difficile trovare un accordo; 6) il controllo sui beni di sussistenza, soprattutto l’acqua, e sulla viabilità, acuiscono l’antagonismo e la paura di perdere potere.  Tutte queste situazioni conflittuali, e tante altre che non sto a citare, comportano uno stallo nello status quo, che tutti in qualche modo contribuiscono a mantenere, per paura che qualsiasi tentativo di cambiamento comporti più danni che benefici.

Nel corso del viaggio, di cui citerò solo i momenti che mi hanno più colpito o emozionato, abbiamo avuto molti incontri sia con uomini politici israeliani (siamo stati ricevuti alla Kenesseth), sia palestinesi (siamo stati ricevuti nella sede dell’NPA a Ramallah), sia con rappresentanti di varie associazioni impegnate per la ripresa delle trattative di pace o per incentivare il dialogo fra israeliani e palestinesi.

Già nei primi giorni siamo stati sensibilizzati sulla complessità sociopolitica della situazione attuale e sui problemi della sicurezza. Nel complesso mi è sembrato che l’ossessione securitaria israeliana si sia notevolmente ridotta rispetto al passato: sia nei discorsi degli esperti, sia nei controlli agli aeroporti, alle stazioni degli autobus e dei treni ed in altri contesti pubblici, emerge una certa rilassatezza, una minore sospettosità ed ossessività ed una maggiore fiducia da parte degli addetti ai controlli. Tutto ciò mi ha fatto molto piacere, anche se  la situazione può cambiare da un giorno all’altro. Resta il grave problema dei  rischi che la concessione di autonomia territoriale all’ANP  possa comportare per la sicurezza delle popolazioni. D’altra parte non si può trascurare il fatto che la popolazione palestinese sia sacrificata e deprivata di alcuni elementari diritti.

Abbiamo visto Gaza da un punto di osservazione praticabile (ma i rischi ci sono sempre, e lì più che altrove): è la città a più alta densità abitativa del mondo, ed è quasi una prigione a cielo aperto. Sia gli israeliani sia gli egiziani si guardano bene dal coinvolgersi, oltre lo strettamente necessario, nei problemi di Gaza. La responsabilità della striscia non può essere assunta da Israele, ma neppure dall’Egitto, e quindi anche lì la situazione è di stallo, e la pricipale responsabilità ricade su Hamas. Abbiamo  poi visitato due paesi prossimi a Gaza (Sderot, Ofakim), ad alto rischio di essere colpiti da razzi e missili: la popolazione non appare troppo stressata, anche perché viene notevolmente sostenuta da organizzazioni varie, e soprattutto dalla reciproca solidarietà degli abitanti della zona. Esistono centri di salute mentale aperti 24 ore, per il trattamento ed il supporto  dei soggetti colpiti da disturbo da stress postraumatico, piuttosto frequente in quella zona, soprattutto nei periodi in cui si intensifica il rischio di essere colpiti dai razzi e missili. Ci hanno ricordato che i cittadini di quelle zone hanno 15 secondi di tempo, dal momento dell’allarme, per raggiungere i rifugi, ed anche questo fatto è fonte di stress. A Ofakim,  Yahaloma Zchut ci ha illustrato le attività del centro per l’aiuto ai traumatizzati dalla guerra  e dell’associazione “Donne per la pace” di cui è una promotrice.

Abbiamo poi pernottato nel Negev nel kibbutz  Mashabé Sadé, nel deserto del Negev, dove Iftah Frejlich, uno dei dirigenti, ci ha illustrato la situazione attuale dei kibbutzim. Una parte di essi ha dovuto chiudere per ragioni economico/finanziarie, da quando i governi di destra hanno interrotto le sovvenzioni. Sono sopravvissuti solo quelli che hanno saputo rinnovare le loro attività, come anche Mashabé Sadé che offre un ottimo servizio alberghiero, oltre a svolgere le tradizionali attività agricole e a lavorare su nuovi modelli di utilizzo dell’energia solare. Quello del kibbutz è uno stile di vita ancora apprezzato da molti israeliani, anche se oggi  ha una rilevanza ridotta rispetto al periodo della fondazione dello stato.

Assai interessante è stato l’incontro con Leah Shakdiel, militante di Oz veShalòm, un movimento pacifista di ebrei religiosi, che ci ha accompagnato anche a Beer  Sheva , dove Her El Baz, dirigente di origine beduina del centro ebraico-arabo, lavora per l’integrazione delle due popolazioni nel Negev . La realtà dei beduini oggi (il 2% della popolazione) è assai dinamica, e la loro comunità ha uno sviluppo economico e sociale molto maggiore del resto della popolazione israeliana.

Un momento emozionante è stato quello della visita alla sede ufficiale dell’ANP a Ramallah, dove siamo stati ricevuti da Nabil Shaath, uno dei protagonisti degli accordi di Oslo, e da altri dirigenti. Il palazzo è piuttosto povero e dimesso (com’erano una volta quelli israeliani) ed il discorso di Shaath è stato quanto mai ragionevole, dignitoso e moderato. Anche l’ANP punta alla realizzazione dei due stati con un compromesso territoriale. Sono ben lontani i tempi in cui l’OLP rifiutava il riconoscimento Israele.

Alla Kenesseth siamo stati ricevuti  da deputati di vari partiti (Yesh Atid, Merets, Avodà e Likud), che hanno presentato i loro programmi ed obiettivi. Per il Likud ha parlato il rabbino Yehuda Glick, responsabile dell’associazione Jerusalem of Peace, il quale, con un certo umorismo, ha parlato di pace, in una Gerusalemme riunificata, senza dire una parola sulla comunità palestinese, che, evidentemente, per lui non esiste, e con la quale, pertanto, non è necessario alcun accordo.

Una sera viene a parlare con noi Abraam B. Yehoshua, lo scrittore famoso nel mondo per i suoi straordinari romanzi. Il suo discorso ci spiazza: la soluzione dei due stati è superata, irrealizzabile. Ci vuole, secondo lui, uno stato unico, patria di due popoli. I 450.000 israeliani che vivono in Cisgiordania non possono essere evacuati: Israele non può rischiare una guerra civile. Ma lo stato deve essere laico, democratico  e dare la piena cittadinanza agli arabi. Yehoshua non considera il problema demografico (nel giro di qualche generazione gli arabi saranno più numerosi degli ebrei, che quindi saranno di nuovo minoranza, come è sempre accaduto  nella storia della diaspora) e ci sfida con alcune affermazioni paradossali: “Io non sono ebreo, io sono israeliano …  Per gli ebrei della diaspora un paese vale l’altro: è come scegliere l’albergo in cui dormire … per me no, io sono israeliano …”

Le esperienze più toccanti ed angosciose sono state le visite a luoghi particolari. Ne cito alcune:

  • Rawadi è una città nuova (per ora quasi fantasma) a nord di Ramallah, nata dal finanziamento di un importante capitalista palestinese. E’ stata progettata in modo del tutto artificiale rispetto al contesto: palazzi giganteschi (le cui strutture ricordano l’EUR), boutique di lusso con le maggiori firme della moda internazionale, un teatro all’aperto con la capienza di 50.000 posti. Abbiamo visto pochissima gente in giro. Evidentemente la città è riservata alla classe alta palestinese, con chiari intenti capitalistici. Se le stesse risorse fossero state impiegate per supportare le classi inferiori del popolo palestinese sarebbe stato un investimento molto più sensato ed utile. Ma questi aspetti il capitalismo globalizzato non li considera.
  • Hebron, altra città fantasma: strade deserte, salvo qualche bambino che gioca, negozi chiusi, pochissime macchine di ebrei religiosi in circolazione, rarissimi visitatori. Alle tombe dei patriarchi sono presenti soprattutto haredìm e hassidìm, ma anche lì atmosfera di abbandono, desolazione e sconforto. Fili spinati ovunque. Le case sono protette da saracinesche metalliche per evitare i lanci di pietre. Gli ebrei che vivono lì, evidentemente, sono spinti da un bisogno di ghettizzarsi in una realtà di estrema emarginazione, e gli arabi che lì sono nati vivono una condizione di prigionieri nelle loro case. Prima di entrare nella città vecchia abbiamo fatto una rapida visita a Kiriath Arba, appena un po’ più vivibile del centro di Hebron. Abbiamo visto la tomba di Baruch Goldstein, l’israeliano impazzito che nel 1994, armato di mitra, ha massacrato 29 musulmani che pregavano sulla tomba di Abramo, prima di essere a sua volta ucciso. La tomba di Goldstein è semplice, bene in vista nel parco pubblico di Kiriath Arba. La scritta sulla lapide e le numerose pietre deposte sopra indicano che dalla comunità ebraica locale è considerato un martire e non un assassino impazzito. Uno del nostro gruppo, preso da rabbia e sconforto, con qualche manata getta via le pietre deposte sulla tomba, ma viene subito ripreso dagli organizzatori, per i rischi a cui espone se stesso e tutto il gruppo, in un luogo dove si respira tensione, livore e rabbia. Per fortuna nessuno ci ha visto e le pietre vengono subito rimesse al loro posto sulla tomba ed il nostro esasperato partecipante si rende conto dell’errore commesso e si tranquillizza.
  • Il check point (machson) di Eyal. Ci siamo alzati alle tre del mattino, per essere sul posto verso le quattro e mezzo. A Eyal si passa dalla popolosa città palestinese di Kalkilya ai sobborghi di Tel Aviv. Uno scenario biblico. Alla luce livida dell’alba vediamo migliaia di lavoratori palestinesi che passano i controlli. Impossibile capire quanti siano (8.000? 10.000? 15.000?). I lavoratori sono abbastanza sereni e rassegnati ad una situazione che devono affrontare quotidianamente. Israele ha bisogno del loro lavoro, più o meno qualificato, e loro hanno bisogno di lavorare per mantenere una vita dignitosa alle loro famiglie. Soprattutto hanno fretta perché devono raggiungere i luoghi di lavoro, a Tel Aviv, Haifa, nei centri industriali. I controlli sono sommari ed imprecisi e non può essere altrimenti: ci vorrebbero ore ed ore di attesa, che nessuno può permettersi. A controllare il passaggio non sono soldati di leva, ma  vigilanti armati di mitra, che ci avvicinano per controllare pure noi. Evidentemente non siamo graditi.  Risponde loro la volontaria dell’associazione Machsom Watch, che ci guida e ci scorta. I palestinesi sono affabili, e si fermano volentieri a parlare con noi, soprattutto le poche donne presenti. Troviamo pure due bambini, con i loro padri, che passano il check  point perché sono malati e vanno a curarsi negli ospedali israeliani. Alcuni palestinesi si fermano a pregare, altri dormono sui prati, mentre i più raggiungono rapidamente i mezzi che li trasportano a destinazione. Sono tantissimi pulmini delle Moniot, ma anche molte macchine e pure alcuni autobus dell’Eghed. Una volta riempite del carico dei lavoratori, le macchine schizzano velocemente verso i luoghi di lavoro. Bisogna stare attenti per non essere investiti.
  • Una marcia per la pace. Abbiamo partecipato all’equivalente israeliano della Perugia-Assisi. Parte dal convento dei frati trappisti di Latrun ed arriva al villaggio di Nevé shalom /Wahat al salam /Oasi di pace. Eravamo qualche centinaia di persone a marciare, e ci siamo fermati alla lapide dei caduti della battaglia di Latrun combattuta nella guerra d’indipendenza, per il controllo della strada che da Tel Aviv porta a Gerusalemme. Poi abbiamo raggiunto Nevé shalom. Il villaggio ha una struttura sociale di tipo cooperativo (un moshav) in cui convivono famiglie di tre diverse appartenenze: ebrei, musulmani e cristiani. In tutto sono una cinquantina di famiglie. Non è un lavoro facile quello di far convivere realtà familiari tanto diverse nello stesso villaggio, che promuove un modello di convivenza pacifica, nel rispetto delle diverse appartenenze. Nevé shalom promuove dei corsi di educazione alla pace ed alla convivenza, aperti a tutta la cittadinanza, e soprattutto c’è un lavoro sistematico nei confronti delle scuole. Il luogo religioso è uno spazio di contemplazione e meditazione, senza segni di appartenenza ad alcuna religione, in cui ognuno può ritirarsi nella preghiera. Nevé shalom è stato promosso da Bruno Hussar, il quale nato in Egitto da una famiglia ebrea, non praticante ed atea, durante la guerra mondiale si salvò in un convento in Francia. Dopo la guerra si convertì al cristianesimo e prese i voti di frate domenicano. Decise poi di fare l’alyà ed ottenne la cittadinanza israeliana in forza della legge del ritorno. Impiegò la sua vita per la creazione di Nevé Shalom / Wahat al salam. Speriamo che l’utopia di Bruno Hussar possa trasformarsi in una pratica quotidiana e diffusa, valida per tutti.

Il bilancio del viaggio con JCall è molto positivo. L’ottima organizzazione messa in atto da David Chemla (Parigi) ha permesso un’esperienza unica, anche se ne siamo usciti con poche certezze e molti dubbi ed interrogativi, che potranno forse risolversi nel tempo. Chi vivrà vedrà.

 

Sandro Ventura

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