JCALL in Israele e Palestina : reportage di un viaggio

Il viaggio di JCALL è stato un seminario itinerante : una settimana densissima di visite, incontri, dibattiti.

Già sul piano organizzativo, straordinario : 100 ebrei europei dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera, dall’Italia, dalla Germania e dall’Olanda, itineranti fra Israele e Palestina, ansiosi di ascoltare voci, conoscere luoghi e realtà, comprendere le condizioni sul terreno, dibattere circa il futuro del conflitto. La finalità principale era appurare sul campo se il principio di “due stati per due popoli” che dagli anni ’80 e soprattutto con gli accordi di Oslo del ’93 anima il campo della pace in Israele e gli ebrei della Diaspora che lo sostengono sia ancora attuale e debba ispirare la nostra battaglia delle idee, nelle comunità ebraiche, nell’opinione pubblica e nel rapporto con i governi dei nostri paesi.

 

I luoghi

 

Fra le tante impressioni visive ed emotive, ne sottolineo tre : le visite a Sderot, Hebron e Givat Haviva.

 

Sderot, una città di 20.000 abitanti a pochi km. dalla striscia di Gaza. Lì abbiamo incontrato il sindaco, un ufficiale di polizia, gli operatori di un centro per disabili. Abbiamo visto un deposito di razzi abbattutisi sulla città (8600 dal 2001), dai più rudimentali Kassam con gittata di 3 km. ai sofisticati Grad di produzione iraniana con gittata fino a 50 km. (hanno colpito Ashkelon, Ashdod e Beersheva). Sderot ha visto morire sotto i razzi 22 persone della sua gente, di cui 5 bambini; i feriti sono stati circa 300. Si scorgono ovunque rifugi, nelle cantine, nei giardini delle case, nei luoghi pubblici. 15 secondi è il tempo per trovare rifugio dal momento dell’allarme per un missile lanciato da Gaza. Un tempo infinitesimamente piccolo. Lo stesso sistema di difesa antimissile Iron Dome installato di recente non protegge Sderot perchè necessita di un tempo per individuare e colpire il razzo in arrivo superiore al tempo di “volo” del razzo (60 secondi contro 45).

Hebron è una delle città principali del West Bank, 180.000 abitanti palestinesi, 800 ebrei insediatisi lì via via sin dal 1968, circa 1000 soldati a loro difesa. Quando lessi qualche anno fa Amos Oz tuonare contro il fanatismo fondamentalista nelle sue lezioni all’Università di Tubinga raccolte in “Contro il fanatismo” (edito da Feltrinelli), la mia istintiva associazione di idee mi portava a Hebron. Ma era un’immagine da lettore. In effetti, c’ero stato una volta a Hebron nell’estate del 1968, nel mio primo viaggio in Israele, un anno dopo la liberazione-occupazione. Non avevo più voluto ritornarci, deliberatamente. 45 anni dopo ci ritorno con 100 compagni di viaggio, guidati da Hagit Ofran, di Shalom Achshav, nipote di Y. Leibowitz, coraggiosa direttrice di ” Settlement watch”, che conduce un’azione capillare di vigilanza e denuncia degli insediamenti, più volte minacciata di morte da estremisti di destra ebrei. Hebron è segregata : da una parte i palestinesi, dall’altra gli ebrei, che vivono vicino alla Ha-Machpelah – l’edificio delle tombe dei Patriarchi, diviso anch’esso minuziosamente negli orari di visita e di preghiera di ebrei e mussulmani -, raccolti in alcune strade, dove si alternano yeshivot e case, protette da garitte, inferriate e soldati di guardia. Percorriamo una strada un tempo abitata da arabi e affastellata di negozi ora sigillati, abbandonati, le saracinesche dipinte di graffiti con la stella di David e cartelli che celebrano il “possesso” ebraico di Hebron, il ritorno degli ebrei dopo l’eccidio del ’29, l’esilio, la riconquista del ’67.

 

Givat Haviva è un Centro di dialogo arabo-ebraico per la pace fondato 50 anni fa sul terreno di un Kibbutz vicino a Hadera. Incontriamo prima il Direttore che ci illustra le tante attività del Centro nel campo dell’ educazione alla tolleranza e alla convivenza fra arabi ed ebrei che abitano in comunità spesso vicine fisicamente ma distanti. La battaglia civile ed educativa si concentra nel promuovere l’eguaglianza della minoranza araba in Israele e nel combattere il razzismo che alligna soprattutto fra i giovani ebrei. Le inchieste mostrano un sentimento crescente di odio, paura e rifiuto degli arabi; a loro volta questi vivono una condizione di alienazione e marginalità rispetto alla società e allo stato di Israele di cui sono cittadini e nel quale vogliono conseguire parità di diritti nel lavoro, nell’acquisto di case, nei servizi sociali.

 

Gli incontri

Fra gli incontri – tanti, importanti, con deputati della Knesset, sindaci di città israeliane e palestinesi, attivisti di ONG delle due parti, intellettuali -, quattro, forse i più illuminanti : Eli Barnavi, Salam Fayyad, i coloni di Gush Etzion, Shaul Arieli.

 

Eli Barnavi, storico (ha scritto fra l’altro, una succinta “Storia di Israele”, edita da Bompiani), ex ambasciatore in Francia e presso la UE, è stato categorico. Il governo di Israele uscito dalle elezioni è il “governo dei coloni e della destra radicale”, un governo che mette in pericolo il futuro di Israele come stato ebraico e democratico. La demografia è irresistibile nella sua forza : fra Gerusalemme est e il West Bank risiedono oggi oltre 500.000 israeliani in mezzo a circa 3 milioni di palestinesi ; qualora si giungesse a 1 milione di ebrei questo implicherebbe l’impossibilità di uno stato palestinese degno di questo nome e il formarsi di uno stato binazionale in cui gli ebrei saranno i dominatori e gli arabi i sudditi. Con i palestinesi così divisi fra ANP e Hamas un accordo di pace forse non è possibile ; ma bisogna porre fine all’assurdità dell’occupazione, forse con un ritiro unilaterale come da Gaza. Il compito di JCALL è spingere i governi europei perché sostengano l’iniziativa di pace israeliana – una proposta lanciata due anni fa in appoggio all’iniziativa della Lega araba dallo stesso Barnavi, Akiva Eldar, Shaul Arieli, Gilad Sher, Dalia Rabin e numerosi ex-ufficiali superiori dell’esercito (cfr. www/israelipeaceinitiative.com/).

Solo con energiche pressioni esterne – Stati Uniti e UE, in primis – Israele si disporrà a trattare.

Salam Fayyad , il primo ministro dell’ANP, dimissionario per contrasti con il presidente Abu Mazen, ci riceve nel suo ufficio a Ramallah. La sua priorità negli anni recenti è stata il costituire un embrione di stato, di un ordine civile ed economico con le istituzioni di uno stato nascente   (pur senza uno stato formalmente riconosciuto come tale dal mondo, fino all’ammissione all’ONU del novembre scorso). Già nel 2011 il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU in una serie di rapporti avevano convenuto sul fatto che la Palestina aveva acquisito ormai lo status di uno “stato”, uno stato – dice Fayyad – che dovrà esistere accanto e in rapporti di buon vicinato con Israele lungo i confini del ’67; con un quasi stato già funzionante dovrebbe essere più facile per Israele accettarne l’esistenza.

 

Il tema del “diritto al ritorno” non appartiene solo ai palestinesi che ancora lo conclamano come diritto storico non-negoziabile, almeno come sogno visionario; è proprio anche di ebrei, legati al mito della terra di Israele preferita, anteposta allo stato. Sconvolgente, quasi come a Hebron, è la visita a Gush Etzion, un insieme di 20 insediamenti fra Hebron e Gerusalemme, popolati da circa 20.000 persone. Abitato da un nucleo di ebrei in alcuni kibbutzim, fu distrutto dalla Legione araba dopo una resistenza accanita nella guerra del ’48 e ricostituito da figli e nipoti degli originari residenti dopo il ’67. Anche qui il sentire, l’iconografia – ci mostrano un filmato pieno di sofferenza, eroismo e nostalgia – sono quelli del diritto-dovere del “ritorno” ai luoghi propri, la terra, le pietre, le tombe. Ma nel dibattito con alcuni degli abitanti si rivela appieno l’ideologia che li anima : ci dovrà essere fra il mare e il Giordano un unico stato;   la sicurezza resterà nelle mani di Israele; i palestinesi godranno di una qualche autonomia, ma non di diritti di cittadinanza; dovranno accettare in sostanza di essere sottomessi ad Israele; coloro che non lo vorranno dovranno trasferirsi in Giordania, dove magari, rovesciando la monarchia hashemita, potrà nascere lo stato palestinese.

 

Infine, la giornata più faticosa e al tempo stesso istruttiva, intorno alle questioni più complesse : Gerusalemme, i confini fra i due stati, i territori, gli insediamenti, la sicurezza Ci conduce per una parte Shaul Arieli, ex comandante di brigata a Gaza, grande esperto di questioni strategiche e firmatario degli accordi di Ginevra fra israeliani e palestinesi nel 2003. Poi una visita appena fuori delle mura della città vecchia e nel quartiere arabo di Silwan guidati da un gruppo di archeologi israeliani che lottano contro l’uso politico dell’archeologia e la spinta a”giudaizzare” la città.

Arieli ci guida a Nabi Samuel, la presunta tomba del profeta Samuele su un’altura a nord della città che domina la regione, e sul Monte Scopus dove ha sede l’Università ebraica. Dai due punti di osservazione, mappe alla mano, illustra la geopolitica della trattativa con i palestinesi lungo le linee degli accordi di Ginevra, nonché del negoziato condotto fra Olmert e Abu Mazen da Annapolis fino agli ultimi giorni poco prima delle elezioni israeliane del 2008 e della nascita del governo Netanyahu. In sintesi, circa i dispositivi di sicurezza, Israele chiede che lo stato palestinese sia smilitarizzato, che in alcuni punti vi stazioni una forza internazionale, che si installino due stazioni di “early warning” e che lo spazio aereo sia aperto all’aviazione israeliana. Circa i confini e gli insediamenti, la distanza fra le posizioni era ancora notevole nel 2008 : uno scambio paritario di territori che comportasse l’annessione a Israele del 6-7% del West Bank cedendo in cambio allo stato palestinese terre agricole vicino a Gaza e a Beth Shean nel nord vicino al confine con la Giordania (posizione israeliana) consentirebbe di incorporare in Israele l’85% dei coloni; con il 2-3% (posizione palestinese), il 75% dei coloni resterebbe in Israele. Le altre colonie dovranno essere evacuate, ma non sarà affatto semplice perché abitate in larga parte da militanti di Gush Emunim, il movimento nazional-religioso più intransigente. I circa 350.000 ebrei insediatisi nel West Bank – erano 110.000 all’epoca degli accordi di Oslo – abitano in effetti per l’80 % in un triangolo compreso fra Modi’in Illit a nord di Gerusalemme (55.000 abitanti), Ma’ale Adumim a est (40.000 abitanti) e Gush Etzion a sud. I restanti risiedono in una miriade di piccoli e remoti insediamenti dispersi nell’area C del West Bank – l’area che occupa il 60% del territorio e che secondo gli accordi interinali di Oslo sarebbe rimasta sotto il controllo di Israele fino al 1999, anno che Oslo stabiliva come il termine del negoziato per una soluzione definitiva !!.

Gerusalemme è il caso più complesso. Nella parte della città ad ovest della Linea verde – quello che era Israele fino al ’67 – vivono circa 300.000 ebrei ; nella parte est 350.000 palestinesi e circa 200.000 israeliani. Secondo le proposte di Clinton nei negoziati di Camp David del 2000 i quartieri “ebraici” sarebbero stati parte di Israele, quelli “arabi” parte della Palestina; lo stesso principio si sarebbe attuato nella città vecchia. Le due Gerusalemme sarebbero diventate capitali dei due stati. Da allora la presenza ebraica nella parte est della città è molto cresciuta. Il governo attuale, incluso il partito di Lapid, è contrario alla condivisione della città, punto invece irrinunciabile per i palestinesi.

 

Qualche conclusione

 

Due punti devono contraddistinguere l’azione di JCALL in Europa.

Il primo è il lavoro di informazione ed educazione politica nelle comunità ebraiche : come afferma l’Appello alla ragione, con cui JCALL è nata come movimento tre anni fa, “l’esistenza di Israele è in pericolo … per l’occupazione e la continua espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme est, un errore morale e politico che alimenta una crescente, intollerabile, delegittimazione di Israele” Gli ebrei della Diaspora, solidali con il popolo e lo stato di Israele, preoccupati del suo futuro di stato democratico degli ebrei, in cui gli ebrei siano maggioritari ma gli arabi di Israele godano dei pieni diritti civili e politici di una minoranza nazionale, devono fare sentire la loro voce critica. Perpetuare l’occupazione comporterà tramutare Israele in uno stato binazionale, in cui gli ebrei saranno minoritari oppure, se i palestinesi “annessi” saranno privati dei loro diritti, prevarrà un regime di segregazione che sarà bandito dalla comunità delle nazioni e segnato da una perenne guerra civile fra arabi ed ebrei.

Il secondo ambito concerne i nostri compiti di cittadini ebrei di paesi della UE nei rapporti con le opinioni pubbliche e i governi dei nostri paesi : operare perché i governi europei sostengano l’iniziativa di pace israeliana e le proposte di pace reiterate di recente dalla Lega araba; premere con forza sul governo di Israele perché risponda positivamente a tali proposte e riprenda il negoziato, in difesa della soluzione ” a due stati” prima che sia troppo tardi.

 

Giorgio Gomel

Jcall-Italia

 

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