Rabin, 20 anni fa e oggi?

L’assassinio di Rabin nel novembre 1995 fu un trauma enorme nella coscienza di sé di Israele e degli ebrei perché disvelò un substrato di fanatismo, di predicazione della violenza contro gli accordi di Oslo e un futuro di coesistenza fra Israele e i palestinesi, le cui radici sono in una corrente del sionismo – quello religioso – e nella sua degenerazione integralista dagli anni ’70-80. Una dottrina, quella del Gush Emunim, che mitizza l’integrità e sacralità della terra di Israele, che fa dei luoghi sacri, delle tombe degli avi, delle pietre, oggetti di culto, che riserva quella terra al possesso esclusivo degli ebre sotto un regime ispirato alla halachah e ne esclude la spartizione con altri e la nascita in una parte di essa di uno stato palestinese. In quei giorni nefasti del 1995 scoprimmo che l’integralismo – sottovalutato, coperto, anche dopo la strage di musulmani in preghiera nella moschea di Hebron nel 1994 – non era soltanto un nemico esterno – l’Islam –   ma un qualcosa che abitava nelle nostre case fino al punto di uccidere nel nome di Dio, arrogandosi una missione trascendente.

Oggi  figli e nipoti di quell’ideologia, spesso formatisi in yeshivot, popolano le colonie più militanti in Cisgiordania, si oppongono allo sgombero di insediamenti edificati su terreni di proprietà privata di palestinesi fino a reagire alle decisioni in tal senso della Corte suprema con spedizioni punitive – Tag Mechir, il loro nome – , estirpando ulivi dei loro vicini palestinesi, profanando moschee, incendiando le loro case.

Così è stato nell’insediamento di Beth El, dove due strutture abusive sono state finalmente demolite alla fine di luglio, dopo ripetute ingiunzioni nel corso di anni da parte della Corte Suprema, contestate in modo plateale e illegittimo dal Ministro dell’istruzione Bennett e da quello della giustizia Shaked. Lo stesso Netanyahu ha reagito in modo provocatorio promettendo la costruzione di altre 300 unità abitative nei territori.

Così è stato a Duma, un piccolo villaggio in Cisgiordania, dove appena un giorno dopo la famiglia Dawabsheh è perita  per le ustioni provocate da un incendio provocato alla loro abitazione – un bambino di 18 mesi, il padre e, dopo lunga agonia, la madre.   Ad oggi sospetti su estremisti di Tag Mechir,già imputati per aggressioni all’Abbazia della Dormizione a Gerusalemme e alla Chiesa dei pani e dei pesci sulle rive di Tiberiade, nonché per una miriade di atti di vandalismo diretti contro luoghi mussulmani, cristiani e persino contro basi, mezzi e soldati israeliani chiamati a proteggere vittime di tali atti, ma nessuna prova certa a carico degli assassini. Alcuni sono in stato di detenzione amministrativa, il procedimento sulla base del quale si può essere detenuti senza accuse o prove per un periodo prolungato e che la polizia applica in modo massiccio contro palestinesi presunti colpevoli di violenza; fra questi, Meir Ettinger, uno dei nipoti di Meir Kahane, il rabbino di origine americana animatore del movimento razzista Kach morto per omicidio negli anni ’90, e seguace del rabbino fondamentalista Yitzhak Ginsburg, dell’insediamento di Ytzhar, uno dei più violenti in Cisgiordania.

La condanna del mondo politico è stata retoricamente esplicita : lo stesso Netanyahu e il presidente Rivlin hanno espresso sgomento per atti definiti “orribili atti di terrorismo”, ma questi atti non sono fenomeni isolati e marginali di violenza. Si ripetono ormai da anni. I terroristi ebrei hanno goduto di omertà, protezione e connivenze nel movimento dei coloni, ma anche nelle istituzioni del paese e nelle scuole rabbiniche. Lo stesso Shin Bet – il servizio di sicurezza interno – ha stentato a trattare la patologia maligna dell’estremismo ebraico come un pericolo per lo stato di diritto, i diritti umani, la democrazia in Israele, un pericolo altrettanto grave di quello costituito dal terrorismo di matrice palestinese. Basti un confronto fra la reazione di un anno fa all’omicidio dei tre giovani ebrei in Cisgiordania che condusse ad una campagna massiccia di arresti di palestinesi, inclusi alcuni membri del Parlamento di Ramallah, e si risolse con la morte degli assassini, e la mancanza di un esito certo delle indagini a due mesi dalle violenze di Duma.

Come ha ricordato amaramente David Grossman in un’intervista pubblicata da Repubblica il 3 agosto scorso, “ E’ difficile capire come il capo del governo e i suoi ministri possano ignorare il legame fra il fuoco da loro attizzato per decenni e le fiamme degli ultimi accadimenti. Come non vedano il nesso fra l’occupazione e la realtà buia e fanatica creatasi ai margini della coscienza israeliana. Il primo ministro e i suoi sostenitori rifiutano di capire la visione del mondo che si è cristallizzata nella coscienza di un popolo conquistatore dopo quasi 50 anni d’occupazione. L’idea cioè che ci sono due tipi di essere umani. E il fatto che uno sia soggetto all’altro significa che per natura è anche inferiore all’altro. E’ come dire meno umano di chi l’ha conquistato. E questo fa si che persone prendano la vita di altri esseri umani con agghiacciante facilità anche se quell’essere umano è un bambino di solo un anno e mezzo.”

Infine, le reazioni del mondo rabbinico, ferme, esplicite, quelle dei due Rabbini-capo di Israele e di altri, in Israele e nella Diaspora. Ma restano le colpe di quelli che hanno coperto, protetto o istigato venti o trenta anni fa e ancora oggi la perversione integralista dell’ebraismo.

Richiamo qui le parole sagge di Sergio della Pergola . “Dal rabbinato pretendiamo tre cose. La prima è che venga sviluppata con ben maggiore profondità l’analisi dal punto di vista ebraico degli atti criminali e dello loro aberranti premesse ideologiche. La seconda è una condanna esplicita … di quelle scuole rabbiniche all’interno delle quali e su istruzione dei cui maestri sono maturati gli infami assassini. E la terza è la una chiara e non equivoca specifica delle sanzioni e pene alle quali secondo il diritto ebraico devono essere sottoposti i vili criminali che nello stroncare vite innocenti hanno infamato l’immagine di tutto il popolo ebraico e dello stato di Israele “ (Moked, UCEI, 6 agosto 2015)

 

Giorgio Gomel

Hakeillah , n.4.  2015

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