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Le proteste di piazza in Israele: quali prospettive?

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LA SITUAZIONE ATTUALE
Il contesto israelo-palestinese, spesso sbrigativamente descritto solo attraverso la lente del conflitto araboisraeliano, vede in questo momento i suoi attori principali affrontare numerose criticità sotterranee, che sovente sfuggono alle analisi più superficiali.

Da un lato, Fatah e Hamas, le due anime partitiche palestinesi, hanno annunciato il 24 settembre 2020, da Istanbul, l’ennesimo tentativo di riconciliazione reciproca, dopo anni di scontri e tensioni. Evidentemente spinte in questa direzione dagli accordi di normalizzazione tra Israele da una parte e gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein dall’altra, Fatah e Hamas hanno concordato sulla convocazione di nuove elezioni legislative, le prime dal 2006. Dall’altra parte, l’ordinamento israeliano si trova nell’ennesima palude istituzionale, con un rotation agreement tra i due Premier, Netanyahu e Gantz, che mostra chiaramente difficoltà e segni di scarsa efficienza, nonché una maggioranza sempre più spaccata dalle tensioni tra le due formazioni principali dell’esecutivo: Kahol Lavan, il partito centrista guidato da Benny Gantz (che a seguito dell’accordo di Governo con l’avversario Netanyahu ha visto una consistente parte del partito passare all’opposizione) e ovviamente il Likud, guidato da Netanyahu.

In aggiunta alle tensioni interne alla Knesset però, è bene sottolineare il persistere e lo strutturarsi delle grandi proteste antigovernative e anti-Netanyahu che ormai dal giugno 2020 sono una costante cruciale della quotidianità israeliana, generalmente poco avvezza alle proteste di piazza. È necessario sottolineare, a questo proposito, che l’ultimo fenomeno paragonabile risale al 2011. Le manifestazioni, che forniscono uno spaccato rivelatore di una società piena di sfumature e contraddizioni, non possono infatti essere ignorate da chi vuole approfondire in termini organici il complicato tema della società israeliana e, di riflesso, quello del conflitto israelopalestinese e dei suoi futuri sviluppi.

I MOTIVI E LE DIVERSE ANIME DELLA PROTESTA IN ISRAELE
Quali dunque le ragioni delle proteste israeliane? Sebbene sia sempre difficile, e non sempre necessario, individuare la causa specifica di un fenomeno sociale così complesso, nel caso israeliano le motivazioni sembrano essere davvero molte e molto diverse tra loro.

Cercando di effettuarne una disamina concreta, è evidente che i primi nuclei di protesta siano identificabili a partire dai primi giorni di giugno 2020, con le mobilitazioni nate a seguito dell’uccisione da parte delle forze dell’ordine israeliane di Eyad al-Hallaq, trentaduenne palestinese di Gerusalemme. Il caso, che anche a causa dell’autismo della vittima ha generato una forte attenzione mediatica in tutta Israele (soprattutto rispetto a casi analoghi, usualmente sottaciuti), è divenuto in breve tempo la bandiera dei vari gruppi israeliani anti-occupazione e antidiscriminazione, fungendo da collante e catalizzatore delle proteste.

Le stesse manifestazioni, tuttavia, stanno vivendo un interessante processo di mutazione. All’inizio – anche per l’influenza significativa di gruppi come, tra gli altri, Free Jerusalem, All that’s Left, Omdim Be’iachad, Taayush, Katamon (e poi successivamente della sigla Demokratia Le Kulan) – gli obiettivi dichiarati includevano i temi cruciali dell’occupazione, dell’uguaglianza dei diritti, e più in generale il tema delle discriminazioni interne in Israele. Questa caratterizzazione – è bene sottolineare – aveva consentito di dare espressione anche alle rivendicazioni dei cittadini israeliani di origini etiopi, dispiegatesi in tutta la loro forza dopo l’uccisione da parte delle forze dell’ordine israeliane di Solomon Teka il 30 giugno 2019.

Successivamente il fronte si è ovviamente dilatato nell’ambito delle proteste contro l’ipotesi di annessione israeliana di ampie porzioni della Cisgiordania. Parte fondamentale del Piano Peace to Prosperity promosso dall’amministrazione statunitense, il piano di annessione, per cui l’Esecutivo israeliano aveva scelto come data di inizio dell’iter parlamentare il 1° luglio, è stato successivamente congelato, almeno formalmente, nell’ambito della normalizzazione dei rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, lasciando tuttavia intendere che la retromarcia sia stata anche dovuta alle fortissime proteste internazionali e interne.

Nelle settimane estive, infine, nonostante i non rari episodi di forti scontri con la polizia, il numero di manifestanti è cresciuto esponenzialmente, raggiungendo le molte decine di migliaia di persone: nello stesso tempo però il movimento è andato lentamente virando verso  rivendicazioni meno radicali. Moltissimi sono gli elettori di centro che sono scesi in piazza per protestare contro i casi di corruzione del Governo israeliano e la gestione confusa e approssimativa dell’emergenza sanitaria nazionale, con una conseguente acuta crisi economico-sociale. Con l’affacciarsi sulla piazza di gruppi e partiti più centristi e moderati – non è insolito incontrare, oltre agli elettori del centro sinistra e di Yesh Atid, anche elettori delusi del Likud – le proteste hanno dunque assunto i connotati di contestazione nei confronti del Governo e dell’attuale Premier Netanyahu, indagato per frode, abuso d’ufficio e corruzione e il cui processo è stato nuovamente posticipato a causa dell’emergenza sanitaria.

Questa più recente fase delle proteste ha posto quindi in secondo piano, almeno numericamente, le istanze ritenute “divisive” dai partiti più moderati, come appunto il tema della presenza israeliana in Cisgiordania e quello più generale dei diritti dei palestinesi. Tale processo di “moderazione” delle proteste, sembra quindi avere assunto un carattere ambivalente: se da un lato infatti allarga il fronte di chi protesta, dall’altra tende a escludere dalle manifestazioni soggetti politicamente e socialmente assai significativi, molti dei quali ritengono che una piazza dalle prospettive così ridimensionate non parli più di loro né per loro.

I LIMITI DELLA PROTESTA E LE PROSPETTIVE FUTURE
Proteste dalle molte anime quindi, con giovani che contestano la permanenza dell’occupazione della Cisgiordania e le sue conseguenze generazionali e sociali; ma anche decine di migliaia di israeliani che lamentano la corruzione e gestione di un leader, Netanyahu, che nonostante i successi in politica estera sempre più fatica a persuadere gli elettori a fronte di una crisi economica che avanza. Una protesta insomma, le cui dimensioni lascerebbero pensare ad un imminente cambiamento istituzionale, politico e sociale, ma che mostra tutte le sue contraddizioni e corti circuiti ad una analisi più approfondita.

Nonostante la grande affluenza, e a causa del nuovo carattere “moderato” a cui si è già accennato, le manifestazioni vedono infatti l’assenza non solo dei cittadini arabo-israeliani, ancora lontanissimi dall’essere integrati in un ordinamento in cui il diritto all’autodeterminazione è esclusivo del popolo ebraico (così come sancito dall’art.1 comma C della Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People del 2018),
ma anche dei cittadini mizrahi (ebrei di origine araba o nordafricana), la cui presenza nelle manifestazioni è assolutamente minoritaria, a fronte di una larghissima maggioranza askenazi (ebrei di ascendenza europea). Tale differenza riproduce, in effetti, un notevole divario di rappresentanza da tempo denunciato nella società israeliana ma a cui nemmeno le attuali mobilitazioni sono riuscite a dare risposta.

Se dunque è lecito pensare che le proteste israeliane possano rappresentare un possibile capolinea della traiettoria politica di Netanyahu e del suo ormai personalissimo Likud (ben diverso dal Likud “vecchio stampo” del Presidente Rivlin), è bene riconoscere anche come una più larga e complessiva traduzione partitica e parlamentare delle mobilitazioni sia ancora piuttosto lontana. La malconcia sinistra israeliana infatti vede le sue forze residue dividersi tra il partito laburista Avodà, un tempo formazione predominante sulla scena politica israeliana e da diversi anni piombata in una irrimediabile crisi di consensi (secondo le attuali proiezioni potrebbe non superare la soglia di sbarramento fissata al 3,25%) e Meretz, il partito più a sinistra dello spettro partitico ebraico israeliano. Meretz, tuttavia, che pure è ampiamente rappresentato nelle proteste, non riesce da parte sua ad allargare il proprio bacino elettorale, primariamente askenazi, né ad imporsi fuori dalla bolla progressista di Tel Aviv. Tanto meno sembra prossimo alla creazione di un blocco nuovo con la Joint List Araba – un partito unitario arabo-ebraico – unico elemento che potrebbe, allo stato attuale, incidere significativamente negli equilibri politici futuri e dare voce alle istanze più radicali della protesta.

L’emergenza sanitaria ha messo bene in evidenza le debolezze istituzionali israeliane, ma non è riuscita a bloccare le proteste, che mentre scriviamo continuano ad infiammare Gerusalemme, Tel Aviv e decine di altre città israeliane dove i cittadini, isolati o meno, insistono a manifestare due o tre volte la settimana. Nonostante sia sempre difficile, e ancora di più nel caso israeliano, ipotizzare gli scenari futuri (che vedono in gioco un gran
numero di variabili, dalle elezioni americane all’esito del processo a Netanyahu), è legittimo credere che le proteste attuali, pur così innovative, potranno modificare strutturalmente il panorama israeliano solo nel caso in cui riuscissero a coinvolgere tutti i gruppi etnico-sociali del paese, e a confrontarsi realmente con le contraddizioni di un ordinamento che sembra ancora lontano dal trovare un saldo pactum unionis.

Enrico Campelli

fonte : CeSPI 22 ottobre 2020

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